Nel 1945, un anno dopo aver deposto Antonescu, l’Armata Rossa comincia la deportazione dei rumeno-tedeschi nei campi di lavoro. Oskar Pastior, prima di morire, condivise con Herta Muller i suoi ricordi del Lager ucraino in cui fu imprigionato: lei ne ha tratto questo romanzo, che inizialmente doveva essere scritto a quattro mani insieme a lui. Questa è la trama: il protagonista, Leo Auberg, dopo essere stato prelevato di casa a soli diciassette anni passerà cinque anni nel Lager.
Il romanzo è l’enciclopedia delle minuziose descrizioni percettive del ragazzo che, ritrovandosi nel più orribile dei luoghi, capisce come la sua lingua, il suo lessico e tutti gli elementi della prosa tradizionale non siano adeguati. Queste memorie sono perciò l’edificazione di versi agghiaccianti e bellissimi. E così nella piazza dell’appello Leo '’appende le proprie ossa all’angolo di una nuvola’’, nel campo si è sempre accompagnati da un '’angelo della fame’’ e si sa che prima di morire di fame cresce '’una lepre sul viso’’. Da qui nasce nella lettura la coscienza di una '’dolcezza mostruosa’’ delle cose, che per esempio mette in contatto le parole con gli odori e coi colori in modo sempre diverso e inaspettato, con un’attenzione ossessiva. È una decostruzione silenziosa della realtà, alla ricerca di una nuova definizione di cosa sia durevole, ovvero ciò che ha un’unica e sempre uguale relazione col mondo, '’...e la mia relazione col mondo è il mangiare’’. Molto diverso da '’Prima la pancia, poi la morale’’ del Mackie Messer di Brecht. Provo a spiegarmi. Qui Leo, divorato dalla steppa stessa e privato del mondo intero, afferra faticosamente dei fili che, per quanto siano sottilissimi, riescono a funzionare come redini: così trainato, può ritornare ad essere presente a se stesso ('’QUI IO SONO’’ dice, scritto in maiuscolo) e a rimanere in contatto pieno con quella vita che resta pur sempre la sua. Non ho parlato per caso di redini. Herta Muller cita Rilke nelle prime pagine: '’Cavalcare, cavalcare, cavalcare, attraverso il giorno, attraverso la notte, attraverso il giorno’’ (incipit de Il canto d’amore e morte dell’alfiere Christoph Rilke).
Alla fine Leo ritorna a casa, e ancora sessant’anni dopo sogna di notte di essere deportato un’altra volta, ma senza dover lavorare: si ritrova lì, solo, nel Lager, come preso da una spaventosa e paradossale nostalgia. E dice: '’Mi chiedo cosa mi spinga a questo attaccamento [al Lager]. Perché la notte voglio avere diritto alla mia miseria?’’ Mi sembra che qui ci sia ancora Rilke: '’Forse di notte ripercorriamo a ritroso quello stesso tratto conquistato con pena sotto un sole straniero?’’
Io ci leggo il tentativo (solo apparentemente controintuitivo) della vittima di espiare le sofferenze che lui stesso ha vissuto: per questo lo stile è così stranamente poetico, perché '’la bellezza salverà il mondo’’ (per tornare a L’idiota) e Leo, esponendo in questo modo i suoi fatti, mette in moto un meccanismo che potrebbe (laicamente) salvarlo.
Ma voglio ritornare a Rilke, e cercare il motivo per cui Herta Muller si riferisca proprio a lui. Forse si può dire che Rilke definisce l’uomo in base alla sua sofferenza, e non ai suoi bisogni (come potrebbe fare per esempio Marx). Il bisogno ne L’altalena del respiro è dato per scontato, nonché perfettamente individuato: '’1 colpo di pala = 1 grammo di pane’’. A queste regole che stabiliscono il dominio del bisogno ci si può abituare, seppur con fatica. Così non è per la sofferenza, la quale incombe al di sopra di tale dominio, ed è radicale, pesante e ladra.