mercoledì 21 dicembre 2011

L'altalena del respiro, Herta Muller

Nel 1945, un anno dopo aver deposto Antonescu, l’Armata Rossa comincia la deportazione dei rumeno-tedeschi nei campi di lavoro. Oskar Pastior, prima di morire, condivise con Herta Muller i suoi ricordi del Lager ucraino in cui fu imprigionato: lei ne ha tratto questo romanzo, che inizialmente doveva essere scritto a quattro mani insieme a lui. Questa è la trama: il protagonista, Leo Auberg, dopo essere stato prelevato di casa a soli diciassette anni passerà cinque anni nel Lager.


Il romanzo è l’enciclopedia delle minuziose descrizioni percettive del ragazzo che, ritrovandosi nel più orribile dei luoghi, capisce come la sua lingua, il suo lessico e tutti gli elementi della prosa tradizionale non siano adeguati. Queste memorie sono perciò l’edificazione di versi agghiaccianti e bellissimi. E così nella piazza dell’appello Leo '’appende le proprie ossa all’angolo di una nuvola’’, nel campo si è sempre accompagnati da un '’angelo della fame’’ e si sa che prima di morire di fame cresce '’una lepre sul viso’’. Da qui nasce nella lettura la coscienza di una '’dolcezza mostruosa’’ delle cose, che per esempio mette in contatto le parole con gli odori e coi colori in modo sempre diverso e inaspettato, con un’attenzione ossessiva. È una decostruzione silenziosa della realtà, alla ricerca di una nuova definizione di cosa sia durevole, ovvero ciò che ha un’unica e sempre uguale relazione col mondo, '’...e la mia relazione col mondo è il mangiare’’. Molto diverso da '’Prima la pancia, poi la morale’’ del Mackie Messer di Brecht. Provo a spiegarmi. Qui Leo, divorato dalla steppa stessa e privato del mondo intero, afferra faticosamente dei fili che, per quanto siano sottilissimi, riescono a funzionare come redini: così trainato, può ritornare ad essere presente a se stesso ('’QUI IO SONO’’ dice, scritto in maiuscolo) e a rimanere in contatto pieno con quella vita che resta pur sempre la sua. Non ho parlato per caso di redini. Herta Muller cita Rilke nelle prime pagine: '’Cavalcare, cavalcare, cavalcare, attraverso il giorno, attraverso la notte, attraverso il giorno’’ (incipit de Il canto d’amore e morte dell’alfiere Christoph Rilke).

Alla fine Leo ritorna a casa, e ancora sessant’anni dopo sogna di notte di essere deportato un’altra volta, ma senza dover lavorare: si ritrova lì, solo, nel Lager, come preso da una spaventosa e paradossale nostalgia. E dice: '’Mi chiedo cosa mi spinga a questo attaccamento [al Lager]. Perché la notte voglio avere diritto alla mia miseria?’’ Mi sembra che qui ci sia ancora Rilke: '’Forse di notte ripercorriamo a ritroso quello stesso tratto conquistato con pena sotto un sole straniero?’’

Io ci leggo il tentativo (solo apparentemente controintuitivo) della vittima di espiare le sofferenze che lui stesso ha vissuto: per questo lo stile è così stranamente poetico, perché '’la bellezza salverà il mondo’’ (per tornare a L’idiota) e Leo, esponendo in questo modo i suoi fatti, mette in moto un meccanismo che potrebbe (laicamente) salvarlo.

Ma voglio ritornare a Rilke, e cercare il motivo per cui Herta Muller si riferisca proprio a lui. Forse si può dire che Rilke definisce l’uomo in base alla sua sofferenza, e non ai suoi bisogni (come potrebbe fare per esempio Marx). Il bisogno ne L’altalena del respiro è dato per scontato, nonché perfettamente individuato: '’1 colpo di pala = 1 grammo di pane’’. A queste regole che stabiliscono il dominio del bisogno ci si può abituare, seppur con fatica. Così non è per la sofferenza, la quale incombe al di sopra di tale dominio, ed è radicale, pesante e ladra.

martedì 22 novembre 2011

'Volvo', Erlend Loe (Ed.Iperborea)

Volvo riprende i personaggi di un altro romanzo di Loe, Doppler: vita con l’alce. Non posso che consigliarli entrambi, perché sorprendono e divertono, ciascuno a modo suo, lasciando che il cervello continui a interrogarsi su quello che sta dietro la storia. Meritano; che vengano letti uno dopo l’altro, o a distanza di qualche mese. E merita soprattutto il cambio di stile tra i due libri. Dopo un po’ di incazzatura iniziale ma come…era così bello il primo, perché ha cambiato? verso la fine del romanzo questa scelta si apprezza molto.

A parte ciò, il libro racconta la breve vicenda di tre personaggi possibili ma improbabili, in un paese della campagna svedese. Doppler, un ex bravo marito, ex padre ed ex lavoratore alla ricerca del suo destino a spasso per i boschi (si veda il primo libro). Maj Britt, una vecchietta riottosa e con la passione per le piante che si fumano. E Von Borring, indefesso capo scout con uno storico interesse per gli uccelli. L’evoluzione della storia gioca sul continuo nonsense. Il tragicomico non manca.

Con invariata leggerezza, la vicenda è interrotta di continuo da pagine di riflessione sul rapporto autore/lettore/realtà inventata. Ai commentatori da antologia del liceo lascio fare ulteriori elucubrazioni in merito. Con sincerità io vi dico invece che questo libro mi piace proprio. Le battute sulla passione per gli uccelli di Von Borring, che non si capisce se riescano anche in norvegese oppure siano solo un guizzo del traduttore italiano, sono assicurate. Qualche esempio di genuina litigiosità tra vicini popoli scandinavi, pure. Ma il libro non è solo una riuscita trama comica. Anche se sembra prenderci per il naso fino all’ultimo, l’autore ci suggerisce molto di più. Ci spinge a riflettere sui boschi in cui viviamo, o verso i quali stiamo per incamminarci. E su come, prima o poi, bisogna tornarne indietro.

sabato 19 novembre 2011

L'idiota, Fedor Dostoevskij

Mi sembra inutile parlare della trama o commentare L’idiota in generale.

Mi concentrerò su un tema che viene ripreso spesso nelle quattro parti dell’opera.

In una pagina in cui si fa riferimento a un avvocato che recita l’arringa per difendere il suo cliente, assassino di sei persone, questi dice che è ‘’naturale’’ che l’uomo, nella sua povertà, abbia agito così: chi non lo avrebbe fatto al suo posto? (p.333, Garzanti).

Ritroviamo quest’aggettivo nel racconto su un cannibale del dodicesimo secolo (p.437): intervallandosi le carestie ogni due o tre anni in media era ‘’naturale’’ ricorrere all’antropofagia. Uno di questi cannibali confessò in vecchiaia di aver mangiato nel corso della sua vita ‘’sessanta monaci e sei bambini laici’’: il commento degli astanti è che tutto ciò era a quel tempo perfettamente comprensibile e, ancora, naturale.

Ecco, il principe Myskin dice nella sua ingenuità primitiva (o anche ‘’inesperienza innata’’) che questi non sono casi particolari. Esiste una facile possibilità di incappare nell’alterazione delle idee e dei concetti, e ciò rende tale categoria di uomini non criminali, ma ancor peggio: criminali convinti di aver agito secondo giustizia. Tutto questo camuffato da idee progressiste: l’avvocato difensore dell’assassino probabilmente si considera estremamente moderno e all’avanguardia nel suo modo di interpretare la Giustizia, così come chi è presente al racconto sull’antropofago nell’interpretare la Storia.

Ma la risposta più interessante alla questione è quella di Ippolit, ventenne tisico destinato a morire fin dalla sua comparsa all’inizio del libro. Egli è condannato a morte (tema importantissimo nel romanzo e nella vita stessa di Dostoevskij), e sa che tutti quelli che lo circondano ritengono ‘’naturale’’ che egli veda negli altri lo spreco della vita. È vero, Ippolit pensa che gli uomini che conosce disprezzino la vita, ma tale sua convinzione non nasce affatto dalla breve prospettiva di sopravvivenza del ragazzo. Egli fa una metafora riferendosi a Colombo, al quale nulla importava del Nuovo Mondo, e addirittura avrebbe raggiunto il massimo della sua felicità, dice lui, tre giorni prima di avvistare terra, quando l’equipaggio in rivolta stava facendo dietrofront con la nave. ‘’Quel che importava era la vita, solo la vita[...]la ricerca, incessante, eterna e nient’affatto la scoperta!’’ Mi viene in mente questa frase detta in mezzo a una tempesta: ‘’Pensare alla Morte e al Giudizio allora? No! Non c’era tempo a pensarci! Alla Vita pensavamo!’’ (Moby Dick, p.124, Adelphi). Questo conduce Ippolit alla sua ‘’conclusione definitiva’’: che esiste sempre qualcosa di incomunicabile nel pensiero di un uomo, che le vibrazioni della nostra mente non risuonano che in parte dentro le parole che pronunciamo: tale ineffabilità è del tutto non naturale, è totalmente umana, ed è ignorata da chi rinuncia allo spirito, da quei nichilisti che, convinti di vivere finalmente liberi da vecchi pesi, atei per fretta e per superstizione. non si accorgono di aver dato origine a un mondo che si regge sulla menzogna, a quella ‘’farsa del diavolo’’ denunciata da Kirillov ne I demoni.

Ippolit (p.475) riuscirà poi addirittura a immaginare ‘’ciò che non può avere forma[...]quella forza infinita, quell’essere oscuro, sordo e muto’’: una gigantesca e ripugnante tarantola. Così è questa la Natura (e il naturale) nelle mani del progresso!

mercoledì 16 novembre 2011

"54", Wu Ming

Per chi non lo sapesse, Wu Ming è un collettivo di scrittori bolognesi, che ha esordito nel 1999 (sotto lo pseudonimo Luther Blissett) con “Q”; romanzo di grande successo in Italia e all'estero. Come eventuale approfondimento, in fondo a questo post ci sono i link per il loro (ottimo) blog e per una loro breve autobiografia. “54” è il secondo romanzo del collettivo, pubblicato nel 2002, con il loro attuale nome di battaglia.

La trama è un intreccio che reclama attenzione totale, come certe vorticose sceneggiature di tarantiniana memoria. Tre storie cardinali, tre personaggi antitetici, vite che si avvicinano e infine convergono in una memorabile escalation finale. Il tutto sullo sfondo dell'anno 1954, di un dopoguerra che non accenna a terminare, e che forse non lo farà mai.

Da una parte c'è Pierre, ventenne di Bologna, alla ricerca del padre in Jugoslavia. Poi Steve 'Cemento' Zollo, gangster di Nuova York trasferito a Napoli per far da guardaspalle al più grande malavitoso di sempre, Lucky Luciano. Infine c'è un attore di Hollywood (nonché l'uomo più affascinante del suo tempo), Cary Grant, alle prese con un'inaspettata proposta per rilanciare la sua carriera.

Ma non è tutto. Le sfaccettature sono molteplici, i personaggi che accompagnano questi tre comprimari sono innumerevoli e i punti di vista continuamente ribaltati e rivisitati. Una caleidoscopica narrazione che sfrutta, come si legge sotto certe opere d'arte moderna, una 'tecnica mista': oltre al racconto narrativo ci sono raccolte di corrispondenza, documenti ufficiali, comunicati stampa. E il ritmo della scrittura dei Wu Ming è perfettamente in simbiosi con questa struttura e la accompagna con incisività; mentre il linguaggio si adatta e cambia, per colorare ogni nuova ambientazione con il giusto tono.

Tutta questa complicata costruzione riesce ad essere appassionante e coinvolgente per tutte le 664 pagine del romanzo, ma soprattutto riesce a raccontarci un pezzo di Storia, con imprevedibilità ma anche con realismo quasi ossessivo. “54” apre uno squarcio nella tela della nostra quotidianità, ricordandoci che tante delle nostre certezze e tanti dei nostri assoluti, politici e identitari, sono nati in quegli anni del dopoguerra. Erano gli anni in cui si sono cristallizzate posizioni e idee che hanno dominato i decenni successivi, e che soprattutto in Italia condizionano ancora la società. I Wu Ming ci fanno assistere da una posizione privilegiata alla nascita di una parte del nostro cosiddetto bagaglio culturale; e mai come in queste pagine è forte la sensazione che tante cose che prendiamo per scontate, sono state solo giochi d'azzardo della Storia.

Tutto sarebbe potuto andare diversamente.

O forse, tutto è davvero andato diversamente: questione di punti vista.



http://www.wumingfoundation.com/giap/

http://www.wumingfoundation.com/italiano/biografia.htm


martedì 15 novembre 2011

La cospirazione delle colombe, di Vincenzo Latronico

Un commento del Corriere e l’eta’ dello scrittore mi hanno fatto scegliere questo romanzo. E infatti sono stato sospettoso fin dall’inizio perche’ l’autore era solo un giovane con qualche anno in piu’ di me. Col passare delle pagine ho pensato che il mio iniziale sentimento si addicesse piu’ a quello di un anzianotto, che ritiene un ventenne un ragazzo buono forse a strappare qualche voto all’universita’ e poco di piu’. Dopo cento pagine di lettura, ho capito che la mia era, fin da subito, banale invidia per l’autore. Il romanzo l’ho poi divorato.

Trovo che l’intreccio di storie dei personaggi abbia razionalmente dell’impossibile. Ma l’autore vende con mestiere la propria irrealta’ (come dichiara nell’avvertenza finale), e giocare la parte dell’acquirente credulone (e di ‘abbocconi’ il libro ne e’ pieno) e’ piacevole e leggero. Mi sono sentito coinvolto nel libro; descrive la mia citta’ e i miei luoghi, ma soprattutto pone tra le righe quelle domande che spesso attraversano, e ogni tanto ristagnano, la mente di un 20something italiano. La trama ha il gran merito di lasciare questi interrogativi aperti.

Credo sia un libro che non piacera’ a molti; la descrizione psicologica dei personaggi e’ grezza, i loro comportamenti appaiono troppo netti e spigolosi. L’atmosfera che fa da sfondo a reali e quotidiani ‘scandali’ milanesi e’ estremizzata. Qualcuno piu’ colto di me potrebbe parlare di stile; qualche critico ancora piu’ in alto di limite dell’autore. Poco importa se, come in questo caso, la scena regge, e piu’ che bene.

Un cappello pieno di ciliegie, Oriana Fallaci

Fra le campagne del Chianti e gli eleganti bordelli di San Francisco, fra la vitalità del porto di Livorno e una cupa Barcellona ottocentesca si intrecciano e si inseguono le storie dei personaggi che l'estro di Oriana Fallaci resuscita da documenti e cimeli di famiglia per trasformarli in eroi del loro tempo in una saga monumentale che diventa il pretesto per ripercorrere la storia d'Italia dalle dominazioni straniere nel settecento al risorgimento, dalle guerre d'indipendenza fino all' Italia unita.
Anche se qua e la si cade nella retorica e non tutte le storie ammaliano allo stesso modo l'atmosfera del romanzo trascina pagina dopo pagina e i personaggi più riusciti restano nella memoria. Un libro che non sembra uscito dalla stessa penna de 'la rabbia e l'orgoglio' e che fa ritrovare la grinta e i sogni dell' Oriana dei libri che l'hanno fatta amare.

L'amore fatale, McEwan

Il tema del romanzo è l’erotomania, malattia delirante in cui il soggetto si convince che qualcuno sia innamorato di lui, non importa se estraneo o conoscente. In particolare si fa riferimento alla sindrome di de Clérambault, annotata da uno psichiatra francese che ebbe tra i suoi pazienti una donna convinta che Re Giorgio V la amasse pazzamente: la donna si appostava per ore presso i cancelli di Buckingham Palace, certa che tutta Londra sapesse dei sentimenti del re, e che questo comunicasse con lei grazie a messaggi codificati nel movimento delle tende del palazzo reale.

La trama è messa in moto da una mongolfiera che perde il controllo in un parco di Londra, descrizione agghiacciante e spettacolare dell’istante di disgregazione del quotidiano, cioè di quel punto di appoggio (l’ubi consistam di Archimede) sopra il quale si compone e realizza la vita. Ed è proprio nel mezzo dello sfacelo che si incontrano l’io narrante e il suo futuro persecutore (stalker nel linguaggio degli ultimi anni).

Il romanzo è bello e avvincente. McEwan non si limita a fare la cronaca di un caso psichiatrico bizzarro, perché ''quando ci si innamora l'altro diventa un'ossessione'', e questo mi è sempre sembrato che potesse valere per chiunque. Come si riesce a stabilire il confine oltre il quale il desiderio erotico si trasforma in patologia?

Mi chiedo cosa ci spinga a vivere i sentimenti in questo modo. Una risposta è che l’ossessione rende onnipotenti e solipsisti: il pazzo a un certo punto scrive al protagonista ‘’non negare mai la mia esistenza, perché coinciderebbe col negare la tua’’. Nel suo delirio è come se rifiutasse il principio di realtà, sprofondando in un mondo totalmente intrapsichico ma, attenzione, del tutto privo di allucinazioni: egli piega la realtà ma non ne crea un'altra. Questo fanno molti di coloro che ''amano da lontano'': mi riferisco a quella che potrei chiamare sindrome di Von Aschenbach (vedi Morte a Venezia).

Ecco consiglio questo romanzo come esercizio per liberarsi dall'odore di disinfettante che pervade non solo Venezia nel romanzo di Mann, ma il cervello di chi mette in opera questo meccanismo nefasto, anche se il più delle volte non patologico.