giovedì 8 marzo 2012

Amore liquido. Sulla fragilita' dei legami affettivi, Zygmunt Bauman



Non tutti sanno che Zygmunt Bauman e’ un grande sociologo contemporaneo, la cui teoria della vita liquida e’ in gran voga tra intellettuali e commentatori. Piu’ che per questo, in realta’, ne apprezzo l’uomo, che ha il piglio del classico vecchietto del bar sull’angolo, quello che esprime i suoi pareri non richiesti disturbando la clientela. Con uno stile agguerrito, Bauman presenta le sue osservazioni senza richiedere alcuna approvazione al lettore, mentre la sua analisi e’ guidata da una curiosita’ genuina e da una vasta cultura. E ora, il libro.
Uomini e donne contemporanei desiderano una relazione che gli sia di aiuto nei momenti di difficolta’ dell’esistenza ma, allo stesso tempo, vogliono che lo stesso vincolo sia leggero, libero, pronto a essere sostituito con uno migliore. Da questo nucleo Bauman parte per un’analisi ben piu’ vasta, ma mai banale, che spazia dalla relazione nel social network a quella tra migrante e ospitante al giorno d’oggi. In questo libro, per la scientificita’ dell’analisi, Bauman e’ un chirurgo che seziona e ci mostra i diversi tessuti dell’organismo sociale umano. Il punto di vista non annoia mai. Tante volte viene da dire ma perche’ non ci avevo pensato prima?
Il saggio e’ quindi molto interessante, ma ne’ di immediata comprensione ne’ organico. La prima osservazione e’ personale - ho dovuto leggerlo due volte - mentre la seconda e’ dell’autore stesso, come afferma nell’incipit del libro, data la vastita’ del tema trattato. Tuttavia e’ una lettura che merita. Se questo studioso ultraottantenne e’ tanto incuriosito dal mondo da avventurarsi alla sua eta’ in Twitter, non possiamo fare anche noi un piccolo sforzo a buon rendere per riflettere su come viviamo? 

domenica 26 febbraio 2012

Doctor Faustus, Thomas Mann

‘’L’opera! È un inganno. È una cosa che i borghesi vorrebbero ci fosse ancora; è una cosa che cozza contro la verità e contro la serietà’’. Questo dice il protagonista Adrian Leverkün appena lasciata la facoltà di teologia per dedicare interamente la sua vita alla composizione. Ogni opera è artefatto, ed in essa domina l’apparenza: questo perché l’opera ha la pretesa di non essere stata creata, e si presenta al mondo quasi fosse nata ‘’come Pallade Atena dalla testa di Giove’’. Ovviamente si tratta solo di un’illusione: nessuna opera è mai venuta fuori così. Di conseguenza Adrian si chiede se sia ancora valido, perfino lecito, accettare l’apparenza del frutto creatore dell’arte; se, nonostante un’opera appartenga al dominio della bellezza, non sia in effetti altro che menzogna e che quindi non ci sia più oggi (che può essere sia l’oggi di Thomas Mann che il nostro) la speranza di prenderla sul serio.

Come esempio diametralmente opposto all’opera musicale in Occidente si parla nel romanzo di un certo Conrad Beissel, fondatore di una setta anabattista tra la comunità tedesca nella Pennsylvania del XVIII secolo. Questo ignorantissimo pastore iniziò a provare il desiderio di mettere in musica l’immensa mole di insulsi inni sacri che aveva scritto per i suoi seguaci e, trovando le melodie europee troppo complicate, inventò una teoria musicale più semplice e schietta in cui in ogni scala ci fossero ‘’padroni’’ (le note dell’accordo di tonica) e ‘’servi’’ (le altre note) e con pochi accorgimenti sistematizzò tutto. Adrian si sente stranamente attratto da questo racconto: la chiave di tutto è la legge, ‘’ogni legge ha effetti refrigeranti, e la musica possiede tanto calore proprio, calore di stalla...da aver bisogno del refrigerio delle norme’’. È necessario cioè trovare un maestro di oggettività, che sia allo stesso tempo arcaico e rivoluzionario: serve una libertà che renda sterili gli ingegni.

Ma non sembra un controsenso? Insomma, il romanzo tratta di un compositore che stringe un accordo con il diavolo per ottenere un ingegno fecondo e creativo... perché mai si parla di ricerca della sterilità?

In fondo per libertà si intende soggettività, la quale a un certo momento inevitabilmente trova rifugio nell’oggettività delle regole e dei vincoli: ‘’la libertà si attua nella subordinazione’’. Si dice in queste pagine che forse perfino una dittatura, se è nata dalla rivoluzione, è ancora libertà. Cito una frase (a me molto vicina da un punto di vista familiare) che spiega molto chiaramente questo procedimento dialettico: ‘’Il nuovo progetto porta sempre in sé il germe della sua stessa distruzione’’ (da Il dominio e la rivolta, Roberto Tumminelli). Insomma l’organizzazione è tutto, e proprio da qui, da questa sterilità (o ancora, freddezza delle norme), emerge la tecnica compositiva di Adrian, la ricerca del componimento rigoroso, cioè ‘’la completa integrazione di tutte le dimensioni musicali, la loro indifferenza reciproca in virtù di una perfetta organizzazione’’ (in effetti il musicologo Massimo Mila si riferisce alla dodecafonia come ‘’comunismo dei dodici suoni’’), per arrivare infine ad una ‘’indifferenza di armonia e melodia’’. È da notare che l’originalità di questa teoria non è nella atonalità (scioccamente reclamata da Schönberg all’uscita del romanzo come sua proprietà intellettuale) ma ‘’nel carattere generale [di questo tipo di musica] come espressione della decadenza morale e spirituale, del tragico dissidio da essa originato nell’anima di Adrian...’’ (Lucàks, Thomas Mann e la tragedia dell’arte moderna).

Non potremo mai ascoltare i risultati della soluzione di Adrian, come il suo oratorio Lamentatio Doctoris Fausti (in cui c’è un evidente riferimento alla deriva nazista della Germania: ancora dice Lucàks ‘’L’aspirazione all’ordine e alla sintesi, che nasce dalla moderna disgregazione dell’individualità ma rimane puramente soggettiva, sfiora le tendenze che portano al fascismo’’), ma nella storia della musica del Novecento esiste la già citata scuola atonale viennese, e Schönberg, il suo fondatore, vanta numerosi capolavori, ai quali può essere forse rimproverato ‘’un sospetto accademismo formale’’ (sempre Massimo Mila, Breve storia della musica).

Diversa, e certamente scevra di formalismi cerebrali, è invece la soluzione di Beethoven, intensamente discussa nel romanzo. Nell’ultimo Beethoven ‘’la convenzione affiora in un abbandono dell’io che a sua volta esercita un’azione più paurosamente maestosa di ogni ardimento personale’’. Il rapporto che emerge tra gli elementi soggettivi e la convenzione in Beethoven è assolutamente nuovo, perché, si dice, è caratterizzato dal senso di morte, e ‘’dove la grandezza e la morte si incontrano nasce un’oggettività favorevole alla convenzione’’. Non viene detto nulla di più, la spiegazione rimane come sospesa, lasciata forse all’intuizione personale... Comunque di certo emerge una libertà, la quale ‘’diventa il principio di un’economia universale che non lascia alla musica nulla di fortuito’’, la parvenza dell’arte (l’artificiosità di cui si è parlato) viene eliminata: è l’arte stessa che la elimina.

giovedì 2 febbraio 2012

Wislawa Szymborska

Per ricordare questa meravigliosa poetessa, scomparsa ieri, pubblico le due sue poesie che ho più amato negli ultimi anni.

La breve vita dei nostri antenati

Non arrivavano in molti fino a trent'anni.
La vecchiaia era un privilegio di alberi e pietre.
L'infanzia durava quanto quella dei cuccioli di lupo.
Bisognava sbrigarsi, fare in tempo a vivere
prima che tramontasse il sole,
prima che cadesse la neve.
Le genitrici tredicenni,
i cercatori quattrenni di nidi fra i giunchi,
i capicaccia ventenni -
un attimo prima non c'erano, già non ci sono più.
I capi dell'infinito si univano in fretta.
Le fattucchiere biascicavano esorcismi
con ancora tutti i denti della giovinezza.
Il figlio si faceva uomo sotto gli occhi del padre.
Il nipote nasceva sotto l'occhiaia del nonno.
E del resto non si contavano gli anni.
Contavano reti, pentole, capanni, asce.
Il tempo, così prodigo con una qualsiasi stella del cielo,
tendeva loro la mano quasi vuota,
e la ritraeva in fretta, come dispiaciuto.
Ancora un passo, ancora due
lungo il fiume scintillante,
che dall'oscurità nasce e nell'oscurità scompare.
Non c'era un attimo da perdere,
domande da rinviare e illuminazioni tardive,
se non le si erano avute per tempo.
La saggezza non poteva aspettare i capelli bianchi.
Doveva vedere con chiarezza, prima che fosse chiaro,
e udire ogni voce, prima che risonasse.
Il bene e il male -
ne sapevano poco, ma tutto:
quando il male trionfa, il bene si cela;
quando il bene si mostra, il male attende nascosto.
Nessuno dei due si può vincere
o allontanare a una distanza definitiva.
Ecco il perché d'una gioia sempre tinta di terrore,
d'una disperazione mai disgiunta da tacita speranza.
La vita, per quanto lunga, sarà sempre breve.
Troppo breve per aggiungere qualcosa.

Progetto un mondo

Progetto un mondo, nuova edizione,

nuova edizione, riveduta,

per gli idioti, ché ridano,

per i malinconici, ché piangano,

per i calvi, ché si pettinino,

per i sordi, ché gli parlino.


Ecco un capitolo:

La lingua di Animali e Piante,

dove per ogni specie

c'è il vocabolario corrispondente.

Anche un semplice buongiorno

scambiato con un pesce,

àncora alla vita

te, il pesce, chiunque.


Quell'improvvisazione di foresta,

da tanto presentita, d'un tratto

nelle parole manifesta!

Quell'epica di gufi!


Quegli aforismi di riccio,

composti quando

siamo convinti

che stia solo dormendo!


Il tempo (capitolo secondo)

ha il diritto di intromettersi

in tutto, bene o male che sia.

Tuttavia - lui che sgretola montagne,

sposta oceani

ed è presente al moto delle stelle,

non avrà il minimo potere

sugli amanti, perchè troppo nudi,

troppo avviniti, col cuore in gola

arruffato come un passero.


La vecchiaia è solo la morale

a fronte d'una vita criminosa.

Ah, dunque sono giovani tutti!

La sofferenza (capitolo terzo)

non insulta il corpo.

La morte

ti coglie nel tuo letto.


E sognerai

che non occorre affato respirare,

che il silenzio senza respiro

è una muscia passabile,

sei piccolo come una scinitlla

e ti spegni al ritmo di quella.


Una morte solo così. Hai sentito

più dolore tenendo in mano una rosa

e provato maggiore sgomento

per un petalo sul pavimento.


Un mondo solo così. Solo così

vivere. E morire solo quel tanto.

E tutto il resto eccolo qui -

è come Bach suonato per un istante

su un bicchiere.

lunedì 23 gennaio 2012

Illusioni Italiche, Luca Ricolfi, Mondadori

“Separare i fatti dalle opinioni”, questo è il motto di Luca Ricolfi in questa breve raccolta di scritti comparsi (ebbene sì) su Panorama tra il 2009 e il 2010. L'intento del libro è quello di proporre degli “esercizi di disincanto” per “esplorare gli aspetti più diversi del nostro paese: la scuola, la sanità, l'immigrazione, il voto, il Mezzogiorno, il federalismo, la giustizia, la criminalità, gli sprechi, la politica, l'evasione fiscale, la crisi economica, l'informazione ufficiale.” Insomma, una sfida non da poco, anzi un proposito fin troppo ambizioso, soprattutto considerando che viene portato a compimento in appena 164 pagine (stampate belle grandi e ricche di grafici e cartine).

Ma dove vuole portare il lettore Ricolfi, con questi esercizi di disincanto? L'obiettivo dichiarato del libro è quello di esplorare la questione dell'interpretazione delle statistiche e le conclusioni che se ne possono trarre, mettendo in evidenza l'uso spesso disinformato e fuorviante che se ne fa. Ricolfi presenta una lunga lista di luoghi comuni e credenze popolari sul Bel Paese, e tenta di analizzarli uno per uno , per saggiarne la fondatezza alla luce dei reali studi a disposizione. Questo processo lo porta spesso a credere di aver sfatato il sentire comune, e di aver aperto nuove prospettive e visioni al lettore, il tutto con un po' di malcelato compiacimento. In effetti, la mia critica parte proprio dalla scelta degli argomenti affrontati. L'autore si concentra in gran parte su quelle idee e quelle convinzioni che quasi tutti sanno già essere meri pregiudizi, o manipolazioni faziose dei dati. Per esempio, non è una novità scoprire che il federalismo tanto voluto dalla Lega oramai è stato talmente emendato e truccato, che di federale c'è solo il nome, e le regioni meridionali avranno modo di trarne grandi benefici sotto forma addirittura di un aumento dei soldi pubblici. Oppure, è con grande sagacia che ci viene svelato il fatto che, non importa cosa ne dica la Sinistra, gli immigrati sono davvero più delinquenti degli italiani. Incredibile! C'è di più, Ricolfi termina il suo pezzo informandoci, con fare politically correct, che il problema dell'Italia è che attiriamo la parte peggiore e più indisciplinata dei migranti diretti in Europa occidentale, a causa dell'inefficienza della nostra giustizia e delle forze dell'ordine. Anche qui, grandi rivelazioni...

Insomma, ci sono un gran numero di capitoli in questo libro che sono molto semplici, e francamente poco interessanti. Non sono tutti però, e qua e là ci sono delle analisi realmente innovative e (seppur brevissime) abbastanza dettagliate. Tra tutte, spiccano quelle dedicate al divario Nord-Sud e la sua quantificazione.

La verità è che si capisce che Luca Ricolfi è una persona molto preparata e dall'intelligenza vivace (è sociologo, e professore di statisitca a Torino), però non è un buon giornalista. Questo libro vuole colmare almeno un po' l'ignoranza e l'analfabetismo matematico che caratterizzano il dibattito pubblico quando si parla di cifre e statistiche; è un intento nobilissimo e sa Dio se ce n'è bisogno. Il problema è che il libro non ci riesce, perchè cade esso stesso nella trappola che vuole disinnescare: la superficialità e la riduzione di tutto a “pillole di sapere” facilmente fruibili.

Uno dei grandi problemi dell'Italia (e forse dell'Occidente cosiddetto) è la nostra incapacità di riconoscere che ci sono (molte) cose al mondo che possono essere capite, apprese, analizzate e spiegate soltanto con un forte investimento di tempo, dedizione ed intelletto: perchè sono difficili e complesse. La riduzione a slogan e a formati liofilizzati (vincolati dalla nostra soglia di attenzione atrofizzata) male si adatta allo studio dei grandi problemi della società e della condizione umana. Anzi, male si adatta allo studio, punto e basta.

mercoledì 21 dicembre 2011

L'altalena del respiro, Herta Muller

Nel 1945, un anno dopo aver deposto Antonescu, l’Armata Rossa comincia la deportazione dei rumeno-tedeschi nei campi di lavoro. Oskar Pastior, prima di morire, condivise con Herta Muller i suoi ricordi del Lager ucraino in cui fu imprigionato: lei ne ha tratto questo romanzo, che inizialmente doveva essere scritto a quattro mani insieme a lui. Questa è la trama: il protagonista, Leo Auberg, dopo essere stato prelevato di casa a soli diciassette anni passerà cinque anni nel Lager.


Il romanzo è l’enciclopedia delle minuziose descrizioni percettive del ragazzo che, ritrovandosi nel più orribile dei luoghi, capisce come la sua lingua, il suo lessico e tutti gli elementi della prosa tradizionale non siano adeguati. Queste memorie sono perciò l’edificazione di versi agghiaccianti e bellissimi. E così nella piazza dell’appello Leo '’appende le proprie ossa all’angolo di una nuvola’’, nel campo si è sempre accompagnati da un '’angelo della fame’’ e si sa che prima di morire di fame cresce '’una lepre sul viso’’. Da qui nasce nella lettura la coscienza di una '’dolcezza mostruosa’’ delle cose, che per esempio mette in contatto le parole con gli odori e coi colori in modo sempre diverso e inaspettato, con un’attenzione ossessiva. È una decostruzione silenziosa della realtà, alla ricerca di una nuova definizione di cosa sia durevole, ovvero ciò che ha un’unica e sempre uguale relazione col mondo, '’...e la mia relazione col mondo è il mangiare’’. Molto diverso da '’Prima la pancia, poi la morale’’ del Mackie Messer di Brecht. Provo a spiegarmi. Qui Leo, divorato dalla steppa stessa e privato del mondo intero, afferra faticosamente dei fili che, per quanto siano sottilissimi, riescono a funzionare come redini: così trainato, può ritornare ad essere presente a se stesso ('’QUI IO SONO’’ dice, scritto in maiuscolo) e a rimanere in contatto pieno con quella vita che resta pur sempre la sua. Non ho parlato per caso di redini. Herta Muller cita Rilke nelle prime pagine: '’Cavalcare, cavalcare, cavalcare, attraverso il giorno, attraverso la notte, attraverso il giorno’’ (incipit de Il canto d’amore e morte dell’alfiere Christoph Rilke).

Alla fine Leo ritorna a casa, e ancora sessant’anni dopo sogna di notte di essere deportato un’altra volta, ma senza dover lavorare: si ritrova lì, solo, nel Lager, come preso da una spaventosa e paradossale nostalgia. E dice: '’Mi chiedo cosa mi spinga a questo attaccamento [al Lager]. Perché la notte voglio avere diritto alla mia miseria?’’ Mi sembra che qui ci sia ancora Rilke: '’Forse di notte ripercorriamo a ritroso quello stesso tratto conquistato con pena sotto un sole straniero?’’

Io ci leggo il tentativo (solo apparentemente controintuitivo) della vittima di espiare le sofferenze che lui stesso ha vissuto: per questo lo stile è così stranamente poetico, perché '’la bellezza salverà il mondo’’ (per tornare a L’idiota) e Leo, esponendo in questo modo i suoi fatti, mette in moto un meccanismo che potrebbe (laicamente) salvarlo.

Ma voglio ritornare a Rilke, e cercare il motivo per cui Herta Muller si riferisca proprio a lui. Forse si può dire che Rilke definisce l’uomo in base alla sua sofferenza, e non ai suoi bisogni (come potrebbe fare per esempio Marx). Il bisogno ne L’altalena del respiro è dato per scontato, nonché perfettamente individuato: '’1 colpo di pala = 1 grammo di pane’’. A queste regole che stabiliscono il dominio del bisogno ci si può abituare, seppur con fatica. Così non è per la sofferenza, la quale incombe al di sopra di tale dominio, ed è radicale, pesante e ladra.

martedì 22 novembre 2011

'Volvo', Erlend Loe (Ed.Iperborea)

Volvo riprende i personaggi di un altro romanzo di Loe, Doppler: vita con l’alce. Non posso che consigliarli entrambi, perché sorprendono e divertono, ciascuno a modo suo, lasciando che il cervello continui a interrogarsi su quello che sta dietro la storia. Meritano; che vengano letti uno dopo l’altro, o a distanza di qualche mese. E merita soprattutto il cambio di stile tra i due libri. Dopo un po’ di incazzatura iniziale ma come…era così bello il primo, perché ha cambiato? verso la fine del romanzo questa scelta si apprezza molto.

A parte ciò, il libro racconta la breve vicenda di tre personaggi possibili ma improbabili, in un paese della campagna svedese. Doppler, un ex bravo marito, ex padre ed ex lavoratore alla ricerca del suo destino a spasso per i boschi (si veda il primo libro). Maj Britt, una vecchietta riottosa e con la passione per le piante che si fumano. E Von Borring, indefesso capo scout con uno storico interesse per gli uccelli. L’evoluzione della storia gioca sul continuo nonsense. Il tragicomico non manca.

Con invariata leggerezza, la vicenda è interrotta di continuo da pagine di riflessione sul rapporto autore/lettore/realtà inventata. Ai commentatori da antologia del liceo lascio fare ulteriori elucubrazioni in merito. Con sincerità io vi dico invece che questo libro mi piace proprio. Le battute sulla passione per gli uccelli di Von Borring, che non si capisce se riescano anche in norvegese oppure siano solo un guizzo del traduttore italiano, sono assicurate. Qualche esempio di genuina litigiosità tra vicini popoli scandinavi, pure. Ma il libro non è solo una riuscita trama comica. Anche se sembra prenderci per il naso fino all’ultimo, l’autore ci suggerisce molto di più. Ci spinge a riflettere sui boschi in cui viviamo, o verso i quali stiamo per incamminarci. E su come, prima o poi, bisogna tornarne indietro.

sabato 19 novembre 2011

L'idiota, Fedor Dostoevskij

Mi sembra inutile parlare della trama o commentare L’idiota in generale.

Mi concentrerò su un tema che viene ripreso spesso nelle quattro parti dell’opera.

In una pagina in cui si fa riferimento a un avvocato che recita l’arringa per difendere il suo cliente, assassino di sei persone, questi dice che è ‘’naturale’’ che l’uomo, nella sua povertà, abbia agito così: chi non lo avrebbe fatto al suo posto? (p.333, Garzanti).

Ritroviamo quest’aggettivo nel racconto su un cannibale del dodicesimo secolo (p.437): intervallandosi le carestie ogni due o tre anni in media era ‘’naturale’’ ricorrere all’antropofagia. Uno di questi cannibali confessò in vecchiaia di aver mangiato nel corso della sua vita ‘’sessanta monaci e sei bambini laici’’: il commento degli astanti è che tutto ciò era a quel tempo perfettamente comprensibile e, ancora, naturale.

Ecco, il principe Myskin dice nella sua ingenuità primitiva (o anche ‘’inesperienza innata’’) che questi non sono casi particolari. Esiste una facile possibilità di incappare nell’alterazione delle idee e dei concetti, e ciò rende tale categoria di uomini non criminali, ma ancor peggio: criminali convinti di aver agito secondo giustizia. Tutto questo camuffato da idee progressiste: l’avvocato difensore dell’assassino probabilmente si considera estremamente moderno e all’avanguardia nel suo modo di interpretare la Giustizia, così come chi è presente al racconto sull’antropofago nell’interpretare la Storia.

Ma la risposta più interessante alla questione è quella di Ippolit, ventenne tisico destinato a morire fin dalla sua comparsa all’inizio del libro. Egli è condannato a morte (tema importantissimo nel romanzo e nella vita stessa di Dostoevskij), e sa che tutti quelli che lo circondano ritengono ‘’naturale’’ che egli veda negli altri lo spreco della vita. È vero, Ippolit pensa che gli uomini che conosce disprezzino la vita, ma tale sua convinzione non nasce affatto dalla breve prospettiva di sopravvivenza del ragazzo. Egli fa una metafora riferendosi a Colombo, al quale nulla importava del Nuovo Mondo, e addirittura avrebbe raggiunto il massimo della sua felicità, dice lui, tre giorni prima di avvistare terra, quando l’equipaggio in rivolta stava facendo dietrofront con la nave. ‘’Quel che importava era la vita, solo la vita[...]la ricerca, incessante, eterna e nient’affatto la scoperta!’’ Mi viene in mente questa frase detta in mezzo a una tempesta: ‘’Pensare alla Morte e al Giudizio allora? No! Non c’era tempo a pensarci! Alla Vita pensavamo!’’ (Moby Dick, p.124, Adelphi). Questo conduce Ippolit alla sua ‘’conclusione definitiva’’: che esiste sempre qualcosa di incomunicabile nel pensiero di un uomo, che le vibrazioni della nostra mente non risuonano che in parte dentro le parole che pronunciamo: tale ineffabilità è del tutto non naturale, è totalmente umana, ed è ignorata da chi rinuncia allo spirito, da quei nichilisti che, convinti di vivere finalmente liberi da vecchi pesi, atei per fretta e per superstizione. non si accorgono di aver dato origine a un mondo che si regge sulla menzogna, a quella ‘’farsa del diavolo’’ denunciata da Kirillov ne I demoni.

Ippolit (p.475) riuscirà poi addirittura a immaginare ‘’ciò che non può avere forma[...]quella forza infinita, quell’essere oscuro, sordo e muto’’: una gigantesca e ripugnante tarantola. Così è questa la Natura (e il naturale) nelle mani del progresso!