Thomas Bernhard è lo scrittore più corrosivo del Novecento. Il suo stile è unico, di una originalità ineguagliabile, e chi riesce ad apprezzarlo (molti lo trovano insopportabile) viene meravigliosamente travolto. Si entra in uno stato di trance che permette di essere trasportati lungo vie a dir poco deliranti, in cui si incontrano la più cupa disperazione e pessimismo con un’ironia dissacrante davvero irresistibile (raramente ho riso tanto leggendo un romanzo).
È proprio di delirio che si tratta: parole e microfrasi ripetute ossessivamente, apparentemente solo per il gusto che la loro pronuncia ci lascia in testa (una ripetizione che arriva a far perdere il significato della parola: Bernhard stimola quegli errori delle sinapsi che ci fanno dubitare della conoscenza della nostra stessa lingua); anatemi scagliati contro ogni tipo di convenzione sociale, dalla più ovvia espressione di cortesia, ai comportamenti quotidiani della maggioranza degli occidentali. Ma è solo l’impressione di un delirio: in verità il romanzo è una vera e propria composizione sinfonica, con temi e controtemi incastonati in una struttura contrappuntistica di stupefacente precisione e lucidità. Solo con una cura maniacale si riesce suscitare una tale impressione di delirio, e con questi mezzi è poi possibile affondare in profondità nella realtà che la società ci impone.
Thomas Bernhard è uno dei pochissimi che sia riuscito a cogliere l’impietosità della vita in comune degli uomini, dei nostri insulsi rapporti sociali, della crudeltà che siamo capaci di scagliare sugli altri e di cui allo stesso tempo siamo vittime. Si passa dall'analisi di dilanianti relazioni amorose o familiari, all’ipocrisia di un semplice invito a cena (nel romanzo sono gli orribili coniugi Auersberger a dare inizio a tutto, incastrando il protagonista con un invito a una macchiettistica “cena artistica”). La vita borghese è dipinta finalmente come una carneficina (per citare il titolo dell’ultimo film di Polanski...) e la sensazione che rimane al lettore è catartica.
L’io narrante nella prima metà del libro è “seduto nella bergère” (come viene ripetuto una media di 5 volte a pagina per un centinaio di pagine) dell’anticamera di questo appartamento viennese e, con il suo sguardo, prende “a colpi d’ascia” la disgustosa melma piccolo borghese che gli sta di fronte. Passerà poi a cena, dove tutto peggiorerà fino alla liberatoria fuga finale, in cui si ritroverà a correre di notte per le strade della sua città, senza una meta, ripetendosi nella testa che dovrà immediatamente scrivere “su questa cena artistica nella Gentzstrasse, non importa cosa, solo subito, pensavo, immediatamente scriverò qualcosa su questa cena artistica nella Gentzstrasse, subito, pensavo, immediatamente, continuavo a pensare, e intanto attraversavo di corsa il centro della città, subito e immediatamente, e subito e subito, prima che sia troppo tardi”.
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